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Il 18 marzo 1871 a Parigi il popolo insorge. Vuole decidere del proprio futuro.

La Francia è reduce della sconfitta militare di Sedan nel corso della guerra con la Prussia. Questa sconfitta provoca la caduta di Napoleone III e la proclamazione della Terza Repubblica. I deputati di Parigi formano un nuovo governo di coalizione guidato da Adolphe Thiers, per evitare che la fine dell’Impero conduca a una rivoluzione democratica. Questo rischio deriva dal fatto che “il popolo” era stato armato dallo stesso governo, che ad agosto aveva deciso di armare l’esercito popolare, la Guardia nazionale, in funzione anti-prussiana: 384.000 uomini divisi in 254 battaglioni si erano dati un’organizzazione autonoma, un Comitato di vigilanza in ognuno dei venti quartieri di Parigi e una rappresentanza unitaria in un Comitato centrale. Sommosse popolari c’erano già state a Parigi dopo le prime sconfitte militari francesi di agosto, e dopo Sedan gli operai avevano occupato il palazzo dell’Assemblea legislativa.

L’armistizio che la Francia firma alle condizioni della Prussia costituisce il momento del crollo dell’autorità politica agli occhi delle classi popolari e della classe media di Parigi. La popolazione parigina dichiara perciò che la città si intesterà il proprio destino. I cittadini sono consapevoli che non saranno rose e fiori, ma sanno anche che per avere una possibilità di futuro occorre prendere su di sé la responsabilità e il governo della città, che si dà regole diverse di lavoro, nuove forme di vita sociale, nuovi assetti scolastici, nuove forme di governo del territorio.

L’accordo con la Prussia viene ratificato il 1° marzo. La Federazione Repubblicana della Guardia Nazionale si insedia in Place de la Cordérie e il 10 marzo si dichiara “baluardo contro ogni tentativo di rovesciare la repubblica”, una repubblica francese a cui dovrà succedere “la repubblica universale senza eserciti permanenti, ma con tutto il popolo armato, senza oppressione, schiavitù e dittature”. Il 26 marzo 1871 la Comune di Parigi è realtà.

Tutto dura 10 settimane. Poi, il 27 maggio, quell’esperienza finisce nel sangue, con l’esercito del governo di coalizione guidato da Adolphe Thiers che entra e uccide. Ma quella volta, a differenza di prima, detenere il potere non aveva voluto dire stare su una barricata, bensì governare, decidere, legiferare.

Come molti anni dopo scrive Bertolt Brecht: “Abbiamo visto che del governo ci si può fidare come ci si fida di un bugiardo nato. Oggi siamo tutti decisi: governiamo da soli, se vogliamo migliorare”.

Centocinquant’anni dopo, la Comune di Parigi resta un episodio ingombrante nella memoria collettiva. Ci resta perché spesso, anziché affrontare con realismo i nodi politici di quella esperienza, ne sono stati messi in prima fila gli elementi mitici.

Dove sta il mito? Sta nella dimensione di gioia per la presa del potere, e poi soprattutto nel sangue degli insorti che sono trucidati dall’esercito.

Generalmente si racconta l’inizio festoso e la fine eroica: nel racconto mitizzato raramente si racconta cosa è stata la Comune. Parlare della Comune non significa parlare delle barricate o di quanto sia bella la rivoluzione, ma di come sia impegnativo – creativo, anche – provare a governare e provare a cambiare le regole della politica.

La Comune di Parigi è pima di tutto il rifiuto di delegare a una classe politica il possesso del proprio destino. Dunque, il primo atto è il rifiuto di dare al governo in carica la delega a trattare la pace con la Prussia che ha vinto la guerra. Ma ai comunardi il 26 marzo 1871 – quando decidono che al presente si risponde provando a pensare futuro e a cambiare le regole del gioco – non interessa continuare la guerra, interessa pensare al governo per gli uomini e le donne. Così decidono che quello è il momento e che bisogna provare a governare. «Governare» nella lingua dei comunardi vuol dire «cambiare», non tanto «amministrare».

«Cambiare» significa: legiferare per nuove forme del lavoro; per pari dignità uomo-donna; per una scuola volta alla formazione e alle pari opportunità; per coinvolgere dal basso i cittadini e renderli protagonisti delle decisioni. Tutto in 71 giorni, 10 settimane. I Comunardi non hanno avuto “100 giorni” di prova, come oggi si dice dei governi che devono dimostrare di saper fare qualcosa o di mantenere le promesse. Hanno avuto meno tempo, ma hanno fatto molte cose.

In quelle 10 settimane la Comune legifera, cambia le regole, in breve governa. Ovvero non è solo sogno. La Comune è esperienza di governo. Meglio: «provare a dare forma al sogno».

Quando il 27 maggio 1871 gli ultimi si arrendono o vengono uccisi, chi si salva, se non è catturato e inviato a scontare una lunga pena carceraria o passato per le armi, sa che occorre riprendere le fila non a partire dal martirio, ma dall’aver provato a governare.

Da lì si riparte, più spesso in esilio, perché non c’è spazio di cittadinanza per i sopravvissuti.