Tra le varie polemiche e una violenza retorica non consona alla ricorrenza, è passata ieri la settantasettesima festa di Liberazione dal nazifascismo in Italia. Il 25 aprile ha tanti modi per essere ricordato, come abbiamo visto.Invece di paragonarlo a popoli in guerra, o celebrare istituzioni inesistenti all’epoca (cose che sanno di propaganda strumentale), il mio modo personale di celebrare la Liberazione è di attendere un giorno, in modo tale da far calare il chiacchiericcio estraneo alla ricorrenza, e dedicare un pensiero a Tina Anselmi, che la Resistenza la fece davvero, e che sapeva cosa voleva dire vivere in guerra.

 

In questo mondo, che consuma tutto a velocità troppo grande perché si possa sedimentare un qualsiasi ricordo, è necessario ricordare e ricordarsi di questa veneta che ha attraversato quaranta anni di politica italiana da partigiana, da cattolica, da donna. Tre caratteristiche non facili da accettare, in Italia.

Partecipò alla Resistenza quando, a 17 anni, vide un gruppo di giovani partigiani portati al martirio dai fascisti che li impiccarono. Fortemente DC, di quelle vere, credenti sul serio (e perciò anomala, come democristiana), da ministro (fece anche questo) realizzò la legge sulle “pari opportunità” e la riforma che portò al Servizio Sanitario nazionale. A Capo della commissione d’inchiesta sulla P2, scoperchiò il marciume che si celava dietro quella sigla massonica. Una grande donna, una grande politica, una grande Italiana. Chi nel festeggiare il 25 aprile pensa solo ai “comunisti” (o ai “putiniani”, come è andato di moda ieri) non sa proprio di cosa si sta parlando.

 

Perché, tra le tante e i tanti, proprio Tina Anselmi? Perché, se uno stupido revisionismo vuole sminuire ed anzi infangare il movimento resistenziale, l’iconografia e l’agiografia che invece per troppo tempo hanno dipinto il fenomeno ne hanno fatto diventare il ricordo non solo stucchevole, ma anche di parte. La Resistenza non fu solo “comunista”, così come non fu solo il triangolo “rosso”.

Fu una guerra civile, una guerra di italiani contro italiani dove, se la parte “giusta” della barricata era chiara, come in tutte le guerre civili il “buono” ed il “cattivo” erano invece equamente distribuiti.

E se dobbiamo ricordare che la Resistenza vide il PCI in un ruolo di primo piano in quanto, durante il ventennio, fu l’unico a mantenere una struttura di “partito”, anche se clandestino, e quindi fu capace di organizzare il movimento prima e meglio di altri, dobbiamo ricordare che la Resistenza non fu “Comunista”. Come non lo è mai stata Tina Anselmi.

 

La Resistenza che voglio ricordare è quella iniziata nel quartiere in cui vivo, con un manipolo dell’esercito italiano lasciato vigliaccamente solo da un re troppo piccolo e non solo di statura, sopraffatto dall’esercito tedesco. Li comandava Luigi Perna, sottotenente di 21 anni e laureando in ingegneria.

È quella di Cefalonia, o quella del monte Soratte gestita da un generale (monarchico) dell’esercito, dove tutti (tranne uno) gli “abili arruolati” si rifugiarono perché non risposero alla cartolina precetto della RSI.

È quella di Montezemolo, capo dei militari romani, torturato per mesi a via Tasso e mandato a morte alle fosse ardeatine, dove non fu neanche giustiziato, ma solo ferito e seppellito vivo, perché i soldati per uccidere a sangue freddo 335 persone dovettero ubriacarsi, e la mira difettava.

 

E a chi contesta la valenza militare della Resistenza si deve rispondere alla stessa maniera: se è vero che gli alleati avrebbero comunque prima o poi liberato la penisola, è altrettanto vero che i partigiani gli hanno dato comunque una valida mano. Persino Churchill, di certo non tenero, disse che senza i partigiani ci si sarebbe voluto il doppio del tempo e degli uomini per conquistare la penisola.

Ricordiamo che la linea Gustav fu presa dopo un anno di assedio a Montecassino, mentre la linea Gotica fu presa in molto meno tempo anche grazie ai partigiani.

Ma soprattutto, il movimento resistenziale dimostrò che esistevano italiani in grado di battersi per qualcosa, e che la frase che Croce disse dopo l’8 settembre del 1943 («la sconfitta in guerra ha cancellato 80 anni di storia. Non esiste più̀ in Italia il concetto di popolo, esercito, Nazione») poteva essere contraddetta. Se siamo ancora una singola nazione, e non uno stato smembrato come le Germania lo è stata per 45 anni, lo dobbiamo alla Resistenza.

 

Quindi, riappropriamoci, tutti, del 25 Aprile, parlando di festa di liberazione dal nazifascismo. Quella festa è anche di chi non è mai stato comunista, o magari 71 anni fa era dalla parte “sbagliata” (non cattiva, sbagliata, lo ripeto). Non va lasciata in appalto ad una parte sola.

Ecco perché, il 25 aprile, ricordo Tina Anselmi il 26.

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Written by : Cesare Gigli