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Il 26 marzo 1995, dopo lunghi lavori e trattative intense, entrava in vigore la convenzione di Schengen, completamento del­l’accordo omonimo ratificato esattamente dieci anni prima. L’Unione europea facilitava sempre più la libera circolazione di persone e merci in tutto il territorio del Vecchio continente, all’interno dei Paesi che la componevano.

Quattro anni dopo, per uno strano caso del destino, proprio a due giorni dall’anniversario di quell’importante accordo internazionale, l’Unione visse il primo vero dramma collettivo legato alla circolazione transfrontaliera. Il 24 marzo 1999, infatti, entrò drammaticamente nella storia come il giorno dell’incendio del traforo del Mon­te Bianco, così come è ricordato quell’incidente che cau­sò la morte di 39 persone.

Raccontare i fatti è tanto complesso quanto tragico. Attorno alle 10,30, il camionista belga Gilbert Degrave entrò nel traforo lungo 11 chilometri che collega Chamonix e Courmayeur con il suo tir, carico di farina e margarina, secondo alcuni già fumante.

All’incirca a metà tunnel, come fosse un gigante fiammifero, l’autoarticolato si incendiò, costringendo immediatamente la sorveglianza a bloccare prima l’ingresso francese e poi quello italiano. Nemmeno mezz’ora dopo, intervennero immediatamente i soccorsi, ma la situazione era già ingestibile: il materiale altamente infiammabile contenuto nel mezzo generò fiamme che si propagarono rapidamente per via dell’effetto forno, mentre la schiuma di poliuretano utilizzata per la coibentazione del camion, incendiata, si trasformò in cianuro.

Nonostante la tempestività dell’intervento dei Vigili del fuoco, furono 39 le persone a perdere tragicamente la vita. Di queste 18 erano francesi e 13 italiane; tra le vittime anche due uomini di origine belga (tra cui lo stesso De­grave), un britannico, un olandese, uno sloveno, un croato, un tedesco e un lussemburghese. Quasi l’intera Unione europea, quindi, era rimasta coinvolta.

Fu un lutto comunitario, ingigantito dal dramma di chi aveva perso la vita per scelta altruistica. Fu il caso di Pierlucio Tinazzi, addetto alla sorveglianza, che con la sua moto si lanciò all’interno del tunnel, tentando di salvare qualche automobilista. Sulla sua impresa tanto si è scritto: qualcuno parla di dieci persone portate in salvo, altri sostengono che non riuscì nel suo tentativo. Quel che è certo è che Tinazzi restò in quel traforo, ucciso dall’altissima temperatura venutasi a generare (quasi mille gradi centigradi), tanto che un anno dopo l’allora presidente della Repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi gli conferì la medaglia d’oro al valore civile.

Quel dramma comportò, oltre a diverse condanne, anche un ripensamento del traffico alpino: il traforo fu riaperto solo tre anni dopo, con una riduzione drastica nei passaggi contemporanei di mezzi pesanti. Sempre in quel momento prese il via il dialogo tra Francia e Italia per la realizzazione di una tratta ferroviaria ad alta velocità che collegasse le città di Torino e Lione in modo tale da ridurre il traffico su strada. Una vicenda che, a due decenni di di­stanza, resta aperta.

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Written by : Cesare Gigli