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L’«Offensiva di primavera», conosciuta anche come Kaiserschlacht (in italiano battaglia per l’Imperatore), indica una serie di poderosi attacchi attivati dall’esercito tedesco a partire dal 21 marzo del 1918, che furono gli ultimi da parte delle forze militari tedesche sul fronte occidentale.

Per le potenze dell’Intesa si trattò di una completa sorpresa, dal momento che i comandi alleati erano convinti che le forze tedesche fossero ormai prossime al crollo.

Inizialmente l’iniziativa dell’esercito tedesco provocò il panico negli alti comandi alleati, ma dopo tre mesi le avanzate tedesche giunsero ad esaurimento pregiudicando una possibile vittoria tedesca e permettendo agli alleati di organizzarsi per la successiva cosiddetta «Offensiva dei cento giorni».

Il comando supremo tedesco, guidato dal feldmaresciallo Paul von Hindenburg e dal suo principale collaboratore, generale Erich Ludendorff, esaurì quindi con questa serie di costose offensive, le residue forze dell’esercito, pregiudicando ogni possibilità di vittoria e intaccando anche la capacità di resistenza sul fronte occidentale.

Entro pochi mesi la Germania sarebbe stata costretta ad ammettere la sconfitta, sancita dall’armistizio di Compiègne dell’11 novembre 1918.

Tre anni di guerra avevano reso molto precaria la posizione dell’Impero Germanico. Se a est la Rivoluzione d’ottobre aveva provocato l’uscita dalla guerra della Russia, a ovest non si vedeva la fine della guerra di trincea.

Gli strateghi tedeschi studiarono molte soluzioni che superassero la guerra di posizione, ma i risultati non si vedevano. Gli Imperi centrali erano inferiori, per popolazione e capacità industriale, rispetto alle potenze dell’Intesa. Per questo, in una competizione basata sulle risorse umane e industriali, la Germania avrebbe inevitabilmente avuto la peggio.

Inoltre, il blocco navale britannico aveva isolato gli Imperi Centrali. La Germania aveva reagito con la guerra sottomarina, ma le cose andarono peggio perché costrinsero gli Americani a scendere a fianco dell’Intesa.

Nell’inverno 1917-18 era stato ristabilito l’equilibrio delle forze sul fronte occidentale, dove, dall’autunno 1914, le forze anglo-francesi avevano goduto di un vantaggio numerico. E questo grazie al trasferimento delle truppe non più impegnate sul fronte russo, perché adesso un milione di tedeschi fronteggiava 900.000 tra francesi ed inglesi.

Ma la supremazia numerica sarebbe durata poco. I Tedeschi lo sapevano e lo Stato maggiore tedesco non aveva alternativa che dare il via alla fase offensiva.

La prima offensiva ebbe inizio il 21 marzo 1918, e vi presero parte tre armate tedesche, per un totale di 42 divisioni.

L’obiettivo era lo sfondamento del fronte nel punto di congiunzione tra le forze francesi (a sud) e quelle inglesi (a nord), nel tratto di fronte tra Bapaume e Saint-Simon, al fine di creare un cuneo tra i due contingenti, dividendo le forze e sospingendo poi i britannici verso il mare.

Già il primo giorno furono sfondate tutte le linee difensive alleate, e le truppe tedesche riuscirono complessivamente ad avanzare di 65 chilometri lungo un fronte di circa 80.

L’attacco era iniziato con un bombardamento d’artiglieria abbastanza breve ma estremamente violento. Prima che i difensori britannici, storditi, riuscissero a reagire, gruppi speciali d’assalto tedeschi uscirono dalla nebbia e dal fumo per attaccare o accerchiare i punti strategici delle linee di combattimento. Presi di sorpresa, schiacciati e sommersi, i difensori arretrarono su tutto il fronte: più di 160.000 britannici furono messi fuori combattimento.

Tuttavia, nonostante i successi iniziali, dopo pochi giorni l’impeto offensivo tedesco si era esaurito, e a partire dal 27 marzo, quando i francesi cominciarono ad impegnare la loro riserva strategica nei pressi di Amiens la situazione si stabilizzò e per i Tedeschi non vi furono più sostanziali guadagni territoriali.

Gli Alleati s’erano accordati per affidare al generale Foch il comando unico sul fronte occidentale e uno dei suoi primi atti di comando fu d’impiegare una parte delle sue magre riserve per chiudere la pericolosa breccia sulla Somme. All’inizio d’aprile, l’Offensiva Michael era bloccata nella regione di Montdidier.

L’offensiva successiva avvenne dal 9 al 29 aprile nei pressi di Ypres. L’obiettivo era l’avanzata verso la Manica, ma si dimostrò molto meno efficace soprattutto perché i britannici si erano ritirati in anticipo su posizioni più difendibili.

L’afflusso di rinforzi francesi contribuì poi a bloccare l’avanzata tedesca una volta raggiunto il fiume Lys e ad evitare la perdita di Ypres, anche se vanificò tutti i vantaggi territoriali conseguiti, a carissimo prezzo, nella Terza battaglia di Ypres.

La terza offensiva fu scatenata dal 27 maggio al 4 giugno. Stavolta si svolse nel settore dell’Aisne, e conseguì importanti risultati, ma per motivi opposti a quelli del fallimento di Ypres: il comandante francese della 6ª Armata, generale Denis Auguste Duchêne, aveva concentrato le proprie riserve nelle vicinanze del fronte, esponendole al rischio dell’aggiramento da parte delle avanguardie tedesche in rapida avanzata, secondo i nuovi dettami tattici.

Ludendorff aveva concentrato 42 divisioni sotto il comando di von Boehn, comandante della 7ª Armata tedesca, che teneva il fronte fra Pontoise e Berry-au-Bac.

Il 27 maggio, l’offensiva tedesca si sviluppò presso l’Aisne, a partire dallo Chemin des Dames, in cui l’anno prima i francesi erano stati respinti in un attacco mortale. La preparazione d’artiglieria cominciò con tiri di proiettili caricati a iprite, poi divenne misto (esplosivo-gas), ma con più del 50% di proiettili tossici.

Dopo il 5 giugno, i tedeschi schierarono altre cinque divisioni, portando il totale a 47 divisioni, corrispondenti a circa 60 divisioni francesi.

La nuova offensiva si fermò peraltro dieci giorni dopo per sfinimento degli attaccanti.

Nel corso di questa offensiva i tedeschi impiegarono il Parisgeschütz (cannone di Parigi) per bombardare la capitale francese. Non ottennero risultati significativi dal punto di vista militare, ma i bombardamenti diffusero il panico nella popolazione civile. Morirono 256 civili e 620 vennero feriti.

Il generale Ludendorff cercò allora di ampliare il piano di battaglia con l’intenzione di accerchiare gli alleati sfondando ai lati della città di Compiègne, cercando allo stesso tempo di distrarre le truppe Alleate dal saliente di Amiens.

I francesi, grazie ad informazioni provenienti da prigionieri tedeschi, riuscirono ad affrontare nel migliore dei modi la tattica d’attacco con truppe speciali.

Tuttavia, l’avanzata tedesca (comprendente 21 divisioni) lungo il fiume Matz fu impressionante, nonostante la feroce resistenza francese e americana.

Nei dintorni di Compiègne, però l’11 giugno un improvviso contrattacco francese con 4 divisioni e 150 carri armati comandati dal generale Charles Mangin colse di sorpresa i tedeschi e fermò la loro avanzata. L’Operazione Gneisenau fu sospesa il giorno successivo, con perdite pesantissime: circa 35.000 soldati fuori combattimento per gli Alleati e 30.000 per i tedeschi.

Spinti dalla volontà di dare la spallata definitiva (attirati, come nel 1914, dal miraggio Parigi) i tedeschi decisero una nuova offensiva, ancor più formidabile. Fu il Friedensturm, ossia la Battaglia per la pace.

Il generale Ludendorff progettò nuovamente, con un attacco frontale, di separare gli eserciti alleati del nord da quelli dell’est.

La battaglia ebbe inizio il 15 luglio, con l’attacco di 30 divisioni tedesche alla prima, alla terza ed alla sesta armata francese, nei pressi della città di Reims.

A est l’attacco venne fermato già il primo giorno, mentre a ovest l’esercito germanico riuscì ad avanzare di una dozzina di chilometri prima di essere bloccato da quello francese, con il supporto di truppe americane, britanniche e italiane.

Il generale tedesco tentò una manovra pericolosa, dettata tanto dalla temerarietà quanto dall’ignoranza delle risorse francesi che egli credeva esaurite: si accanì in direzione di Epernay.

Ludendorff gettò avanti le sue masse di soldati senza riflettere, tentando di raggiungere il proprio scopo con la sola forza bruta.

Per cinque volte, in cinque posti differenti, attaccò massicciamente, ma nell’insieme fu respinto; nella valle dell’Ardre dovette egli stesso difendersi da contro-offensive nemiche.

Ma già il 18 luglio un contrattacco di 24 divisioni francesi appoggiate da 8 divisioni americane e 350 carri armati riportò le linee tedesche sulle posizioni di partenza, eliminando il saliente che si era creato.

Il fallimento delle offensive di primavera rese evidente a tutti la sconfitta della Germania.

Il morale delle truppe tedesche crollò, anche se non vi furono conseguenze nella disciplina delle truppe.

L’entità delle perdite subite sottrasse al comando supremo tedesco la possibilità di riprendere l’iniziativa.

Le offensive di primavera costarono agli Alleati circa 420.000 tra morti, feriti, dispersi e prigionieri, mentre le perdite tedesche ammontarono a circa 500.000 uomini.

La Germania aveva impiegato, in un ultimo tentativo di battere gli alleati, le sue ultime riserve di uomini e materiali, e da questo momento l’iniziativa rimase alle forze alleate sino alla resa della Germania.

L’esercito tedesco era battuto ma non vinto e condusse un’efficace campagna difensiva per i restanti mesi della guerra, riuscendo a evitare il crollo del fronte, nonostante l’offensiva dei Cento giorni, sino all’11 novembre 1918, quando entrò in vigore l’armistizio di Compiègne.

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Written by : Cesare Gigli