Scrivere di Wilson è scrivere della mia infanzia. Con quel cognome, nel calcio autarchico degli anni ’70 dove anche un Bachlechner sembrava esotico, non poteva non risaltare.

Assieme a Chinaglia, e poco prima di Garlaschelli, Re Cecconi, Pulici, Frustalupi, era il simbolo della Lazio che mi fece diventare tifoso: quella dello scudetto 1974. Inutile adesso rivangare glorie e drammi di quella squadra sublime e tragica: basti sapere che la miglior definizione di Giuseppe “Pino” Wilson l’ha data un mio caro amico: “Con lui si poteva giocare con la difesa a uno”.

 

Poco amato dal filone mainstream del calcio nazionale, tutto orientato al nord transpadano (con Firenze come colonia in partibus infidelium), Wilson veniva addirittura accusato da Brera di giocare male perché miope quando era in nazionale (e lo scudetto, quasi due, vinti con Lazio chissà come arrivarono). In realtà la sua colpa, così come quella di Chinaglia che però aveva tutt’ altro carattere, era quella di essere un anglo-napoletano, ossia due delle “stirpi” (non dico razze, che è un termine orrendo) calcistiche che il giornalista odiava di più. Fortunatamente, ci pigliava poco…

 

Essere il capitano di quella Lazio gli assicura un posto nella plurisecolare storia dei biancocelesti, indipendentemente da ciò che ha poi fatto negli anni successivi (e che, a differenza di altri, ha pagato, e in modo salato). E a ricordarlo basta il campo. Basta quell’organizzazione perfetta che dava alla difesa. Quel suo essere inglese nella gestione dei meccanismo difensivi di quella squadra che giocava all’olandese; e anche le sue otto reti da libero; un libero alto solo 1 metro e 73.

 

In nazionale fu sfortunato: arrivò alla fine del ciclo che ebbe il suo apice nel mondiale del ’70, e che non si seppe rinnovare nel ’74, andando incontro a una delusione notevole. Eppure, forse, sarebbe bastato dare più fiducia a chi in campionato stava dettando legge in quei due anni. Rimane così un patrimonio solo laziale. Per chi, come me, è tifoso bene così: le cose solo nostre ci piacciono di più che non simboli che sono diventati fenomeni di marketing sotto gli occhi continui dei riflettori.

 

Addio Pino. Ne troverai più di qualcuno, nella memoria di quel tempo. Sono contento di averti conosciuto di persona. Da gran signore, ti sei presentato con nome e cognome, non dando per assodato che già sapessi chi eri: un gesto che ha fatto sì che ti perdonassi anche “quello”.

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Written by : Cesare Gigli