Siamo arrivati a un punto dove non possiamo più fare a meno dei miti, perché la società è complessa, e sembra anche che dal punto di vista evolutivo non possiamo rendere il nostro cervello più plastico di quanto è. Un punto morto, quindi. Costretti a vivere in un mondo dove le relazioni sono molto più complesse di quello che possiamo gestire, con narrazioni che ci spingono a creare un’identità artefatta.

È la fine? Io credo di no. Penso che un paragone possa rendere bene l’idea. Gli esseri unicellulari, prima di raggrupparsi in organismi più grandi specializzandosi per creare “qualcosa di nuovo” (esseri pluricellulari), si sono prima raggruppate in entità “multicellulari” dove tutte facevano la stessa cosa e sfruttavano l’economia di scala. Noi esseri umani siamo attualmente aggregati in entità simili, in comunità “multiumane”, dove ognuno di noi, pur contribuendo alla comunità in maniera differente, è esattamente identico al suo vicino. Siamo ancora “interscambiabili”, per così dire. Forse dovremo arrivare a una “pluriumanità”, dove un qualcosa di più grande venga creato tramite la specializzazione.

Ma cosa ci rende diversi? Così come in un organismo pluricellulare ogni cellula ha dei tratti comuni, così gli esseri umani (ma poi, perché solo gli esseri umani? Qualsiasi essere vivente!) non dovranno perdere i loro tratti comuni. Forse è solo la capacità esperienziale (quella che chiamiamo “coscienza”) che si evolverà fino a non essere più solo quella di un singolo essere, ma quella di un intero gruppo di essi.

Se credete che questo sia un paradosso forte, pensate a un formicaio. E’ molto più “cosciente” lui, preso nel suo insieme, che non la singola formica…

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Written by : Cesare Gigli