Combattere le fake news è utile? È doveroso? È socialmente necessario? Le medesime sono un malefico effetto dell’invasione “social” delle nostre interazioni con il mondo?

Paglieri prova a dare la sua visione delle “bufale” in maniera non banale, ironica, e in una chiave finalmente positiva e non tragica. Il libro non è banale, e il linguaggio non è semplice (ma neanche ostico). E assieme ad alcuni concetti già noti, escono fuori dei teoremi che se a prima visto possono apparire contro il senso comune, sono in realtà punti di vista diversi (e molto spesso più razionali) di ciò che si crede.
Che le bufale preesistano ai social network e all’epoca attuale è un dato di fatto: basti pensare alla donazione di Costantino (su cui la chiesa cattolica ha costruito 2.000 anni di potere temporale) o ai vergognosi “protocolli dei Savi di Sion”, che ancora oggi, in versione originale o rielaborata emergono periodicamente tra alcuni esagitati. Paglieri cita altri tre esempi, meno noti ma ugualmente interessanti, che spiegano come la bufala nasce e cresce: talvolta in buona fede, talvolta in maniera, diciamo così, surrettizia.

Ma la cosa interessante è la visione in chiave “positiva” che l’autore da alle bufale: da opportunità di crescita culturale perché l’attività di verifica può portare a nuove scoperte, al fatto che le attività cosi dette di “debunking” e “fact checking” (in pratica: la verifica e lo smontaggio delle bufale) sia sì un’attività utile: ma solo per chi la fa. Difficilmente si riesce a convincere l’interlocutore smentendolo pubblicamente sui social (più facile convincerlo magari parlandone privatamente). Tutto questo è “neutro” rispetto alla rivoluzione che ha portato la rete: è vero che internet ha moltiplicato le bufale, è altrettanto vero che ha dato altrettanti mezzi per smontarle. Insomma, il fenomeno è solo quantitativamente maggiore, ma qualitativamente non è cambiato nulla rispetto a quando Valla smontò la bufala della donazione di Costantino (e la Chiesa reagì “togliendogli l’amicizia”, ossia mettendolo all’indice).
Molto più interessante è il concetto di “polarizzazione”: la bufala molto spesso ha come scopo quello di polarizzare il discorso, creando fazioni di tifosi che proprio per questo si ascoltano, ma non ascoltano: terreno fertile per i troll e per diffondere cinismo (un esempio recentissimo è riportato nel libro).

La conclusione, sempre la solita, è che non bisogna combattere le bufale, ma il modo di affrontarle: e si torna alla formazione e alla cultura. Quella cultura spesso definita “inutile” che ti porta però a cercare correlazioni e a verificare ogni volta le fonti di un’informazione. Metodo scientifico, ma non solo: molto spesso, anche banale logica.
Libro quindi che consiglio, perché nel dibattito molto spesso a tinte fosche che si è sviluppato su questi temi porta una ventata di positività e di ottimismo.

Un’ultima cosa: sarei curioso di assistere a un confronto tra Paolo Ercolani (che con il suo “Figli di un io minore” descrive uno scenario ben più apocalittico) e Fabio Paglieri.

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Written by : Cesare Gigli