La finalissima del 10 giugno 1934 a Roma dei secondi campionati mondiali di Calcio è fra Italia e Cecoslovacchia. Completamente diversa la maniera in cui le due squadre si erano preparate all’”evento”: in ritiro monacale l’Italia, nelle colline fiorentine, dove Pozzo sottoponeva i calciatori ad un regime militaresco, arrivando addirittura a leggere le loro lettere. Borel II racconta che provò a sfuggire chiedendo al CT il permesso di andarsi a fare i capelli, ma il buon Vittorio fece venire un barbiere appositamente in ritiro. L’unico svago, mal visto anche questo da Pozzo, furono interminabili partite a poker, dove Meazza non capiva mai chi fosse il pollo… in quanto era lui! Tanto un genio dentro il rettangolo di gioco, quanto sprovveduto al di fuori di esso. Di tutt’altro tenore la preparazione della Cecoslovacchia a Frascati, dove l’unica lamentela arrivò perché i giocatori non potevano gustare il vino dei Castelli quanto avrebbero voluto.

Le polemiche non mancano: per la finale è designato lo stesso svedese, Eklind, che aveva arbitrato la semifinale Italia-Austria, e sarà l’unico caso del genere. Oltre ai favoritismi arbitrali, ci si lamenta anche della forte presenza di oriundi nelle fila azzurre: Pozzo risponde veementemente che se possono fare il militare in Italia, possono ben giocare in nazionale: cosa vera, in teoria, ma in pratica nessuno di questi ha mai fatto un solo giorno di naia. Orsi, addirittura, fu riformato per scompenso cardiaco, senza che nessuno si chiedesse come fosse possibile giocare a calcio con quella veemenza essendo malato di cuore.

Alle 17.00, comunque, comincia la partita: l’Italia schiera Combi Monzeglio, Allemandi; Ferraris, Monti, Bertolini; Guaita, Meazza, Ferrari, Schiavio, Orsi. La Cecoslovacchia risponde con Plánička, Čtyřoký, Ženíšek; Krčil, Čambal, Košťálek; Puč, Nejedlý, Sobotka, Svoboda, Junek. La partita, seguita da oltre 50.000 persone allo stadio del PNF (l’incasso maggiore rimarrà comunque quello della semifinale di Milano) non è spettacolare, ed anche gli attacchi latitano: troppa è la paura di perdere. Il primo tempo si conclude zero a zero. Nel secondo, la musica non cambia: Nicolò Carosio continua, via radio, a cercare di trascinare gli animi descrivendo concitatamente la partita, secondo lui gli italiani sono costantemente protesi all’attacco, il gol è maturo come una pera spadona, quando al 71’, con voce spenta, dice “Rete”. La Cecoslovacchia è passata in vantaggio. Puč, rientrano da poco dopo essere stato 10’ fuori per una botta in testa, riprende un calcio d’angolo tirato da lui, dribbla Allemandi e batte Combi: 0-1! 

Il gelo scende nello stadio: solo 19’ per evitare la disfatta. Paradossalmente l’Italia comincia a giocare meglio da allora. Guaita e Schiavio, stanchissimo, si scambiano i ruoli (all’epoca si andava all’ala per riposare, ricordiamo che non erano previste sostituzioni), gli attacchi si fanno più ficcanti, in contropiede la Cecoslovacchia manca il 2-0 con Sobotka che prende il palo, ma dopo 11’ l’Italia pareggia con Orsi: 1-1! Saranno tempi supplementari. L’incontro non è cattivissimo – sempre escluse le carezze di Monti – ma non è neanche bello: le squadre, dopo due settimane di tensione e partite dure, sono stanche. Ma al 4’ del primo tempo supplementare riecco Schiavio al centro che coglie un assist di Guaita, tira, palo interno, rete: 2-1! Il risultato non cambierà più, e la coppa della Vittoria andrà all’Italia.

Eklind, dopo aver salutato col braccio teso Mussolini, festeggerà con gli azzurri: questo gesto, più di ogni altro sospetto, conferma la particolare attenzione data agli arbitri da parte della federazione Italiana. La gioia è grande, ma divisa (oggi sembra impossibile) con la vittoria di Learco Guerra al giro d’Italia (la Gazzetta dello sport farà addirittura il titolo di prima pagina su due righe per celebrare gli eventi). Il Duce comunque, premiò tutto lo staff (tecnico, calciatori, dirigenti) con 25.000 lire a testa. Erano tutti felici, tranne Meazza. Sarebbero a malapena serviti per sanare i debiti di gioco contratti in ritiro.

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Written by : Cesare Gigli