Alle 21,06 del 6 maggio 1976 un terremoto di 6,4 gradi Richter (pari al IX-X grado della scala Mercalli) sconvolge le province di Udine e Pordenone. Si contano 965 vittime (più 24 di un’altra scossa in settembre), 3 mila feriti e circa 200 mila senza tetto. Interi paesi come Trasaghis, Bordano, Osoppo, Venzone e Gemona vengono quasi completamente rasi al suolo. Le particolari condizioni del terreno (con il fenomeno della liquefazione delle sabbie) e la posizione dei paesi colpiti, molti in cima ad alture, amplificano gli effetti del sisma. La scossa viene avvertita in un’area vastissima, estesa a tutta l’Italia centro-settentrionale fino a Roma e a Torino, producendo danni anche in Austria meridionale e in Slovenia.

L’epicentro viene identificato da alcuni studi nell’area del monte San Simeone, che da allora diventa per tutti i friulani il simbolo dell’Orcolat, l’orco tradizionalmente associato ai terremoti. Per la prima volta in Italia la tv segue da vicino e quasi in diretta l’evento, portando nelle case degli italiani le immagini della distruzione e della disperazione degli abitanti, acuita dal ripetersi delle scosse nei mesi successivi. L’8 maggio, a due giorni dal sisma, il Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giulia stanzia 10 miliardi di lire per l’assistenza e la ricostruzione, e il governo Andreotti affida a Giuseppe Zamberletti l’incarico di Commissario straordinario dei soccorsi e della gestione dei fondi, che risulterà ancora oggi un esempio ammirevole di risposta e reazione a una drammatica emergenza.

Ci vorranno dieci anni per la ricostruzione completa, nel tentativo di riportare ognuno dei luoghi colpiti a com’era prima della tragedia, come ricorda nel 1998 Luigi Offeddu, inviato del Corriere della Sera, passeggiando per le strade di Gemona: «Gruppi di turisti fotografano il Duomo e passeggiano sotto i portici di via Bini. Duomo e portici che sembrano così com’erano prima del 6 maggio 1976, ma che invece l’Orcolat aveva frantumato, e che la gente ha ricostruito pezzo per pezzo secondo il procedimento chiamato anastilosi: raccogliere ogni pietra, numerarla, ricollocarla al suo posto. Ancora oggi, su alcune pietre dei portici si legge un numero. Ma quel numero, insieme a uno spezzone della chiesa della Madonna delle Grazie, è l’unica traccia che ricordi il passaggio dell’orco».

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Written by : Cesare Gigli