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2 ottobre 1977

 

Quei minuti trascorsi tra la fila al botteghino e l’ingresso allo stadio sono rimasti così impressi nella mia mente che ancora oggi, ogni volta che vado a vedere la Lazio, li rivivo provando, solo lievemente attenuata come intensità, la stessa sensazione e, con assoluta precisione, mi ritorna alla mente quella mia prima volta.

 

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I colori, anzitutto: per chi era abituato agli spezzoni fatti vedere a «Novantesimo minuto» o al secondo tempo della partita che veniva trasmesso alle sette di sera in bianco e nero, l’effetto fu incredibile. E poi i rumori, i cori, il campo che sembrava enorme, abituato come ero alle dimensioni «televisive».

 

 

[…]Finalmente, alle quindici, la partita iniziò. Fu un tripudio di bandiere, da prima ancora che le squadre entrassero in campo e fino al fischio d’inizio. Io ero così preso da quello spettacolo che continuai a sventolare la mia minuscola bandiera anche dopo che la partita era iniziata. «Piantala, ché non fai vedere gli altri» disse mio padre, giusto un minuto prima che Garlaschelli, proprio sotto di me, infilasse Zoff. Lo stadio esplose.
[…]

Memore di ciò che mio padre aveva detto, non sventolai la bandierina. «Che fai, non sventoli?» mi disse. Ed ero così confuso da non capire la logica di quei due inviti solo apparentemente contraddittori.
[…]Il secondo gol di Giordano fu bellissimo. Già, peccato non l’abbia visto per nulla. Perché fece due pallonetti prima di segnare, e tutti si erano alzati durante l’azione per gustarsi meglio quella prodezza tecnica. Altro che bandiera che non faceva vedere i tifosi!
[…]E poi il ritorno a casa sul 32, quando già tramontava. L’autobus pieno come un uovo con tutti che ancora cantavano e festeggiavano. Una giornata veramente unica. Meglio: la prima di tante giornate veramente uniche.
Sono tutte sensazioni difficili da spiegare a chi non è malato di calcio. Non è solo assistere a un evento. Non è solo andare a tifare per la propria squadra o gioire se si vince ed essere tristi se si perde. È la certezza di far parte di una continuità storica di appartenenza a qualcosa che non è patria, famiglia o club. È un pezzo di te che condividi con altri, anche con chi ti è più lontano per tutte le altre caratteristiche.

 

 

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Written by : Cesare Gigli